La coxartrosi è una forma di artrosi che interessa l’articolazione dell’anca – l’articolazione coxo-femorale – caratterizzata dal progressivo deterioramento della cartilagine che riveste la testa del femore e la sua cavità nel bacino (acetabolo), con modificazioni degenerative anche delle componenti ossee sottostanti. Quando l’artrosi colpisce entrambe le anche, si parla di coxartrosi bilaterale.
Questo significa che il paziente sperimenta dolore, rigidità e limitazioni funzionali su entrambi i lati, con impatto maggiore sulla deambulazione, sulle attività quotidiane e sulla qualità di vita.
Cause e fattori di rischio
Le cause non sempre sono univoche, ma intervengono diversi elementi, spesso in combinazione. In particolar modo parliamo di:
- invecchiamento: con l’età la cartilagine perde le sue proprietà elastiche e di ammortizzazione;
- predisposizione genetica: particolarmente se la malattia compare in età relativamente giovane (prima dei 45-50 anni);
- sovraccarico articolare: peso corporeo eccessivo, attività fisica intensa, lavori usuranti che richiedono carico sull’anca;
- traumi acuti o microtraumi ripetuti: cadute, incidenti, uso continuato e “stress” articolare;
- anomalie anatomiche: displasia dell’anca, incongruenze della testa femorale o dell’acetabolo, femoroacetabular impingement, malformazioni congenite;
- malattie sistemiche o infiammatorie (meno frequentemente) che possono accelerare i danni articolari.
Sintomi e decorso della coxartrosi bilaterale
I segni e sintomi tipici della coxartrosi bilaterale:
- dolore: inizialmente legato al movimento o al carico, come camminare, stare in piedi a lungo, salire le scale. Con il progredire, può comparire anche a riposo. Spesso localizzato all’inguine, alla faccia anteriore o interna di coscia, talvolta irradiato al ginocchio;
- rigidità articolare: specialmente al mattino, dopo il risveglio, oppure dopo prolungata seduta. La mobilità – soprattutto la rotazione interna, l’abduzione, la flessione – diminuisce;
- limitazione funzionale: difficoltà a camminare, zoppia, problemi a salire le scale, vestirsi (es. infilare calze, scarpe), sedersi o alzarsi;
- rumori articolari: scricchiolii, “scrocchi” interni durante il movimento;
- peggioramento progressivo: con il tempo, se non controllata, la malattia può peggiorare, comportando dolore più intenso, difficoltà persistente nel carico e nei movimenti, e ridotta qualità della vita.
Diagnosi
Riconoscere la coxartrosi bilaterale tempestivamente è importante. La diagnosi del disturbo si ottiene attraverso un preciso iter che include esami specifici.
- Anamnesi clinica: la raccolta, dunque, dei sintomi (localizzazione, intensità, fattori che migliorano o peggiorano, durata), storia precedente, traumi, interventi, malformazioni, attività lavorativa/sportiva.
- Esame obiettivo: valutazione della mobilità articolare (flessione, estensione, abduzione, adduzione, rotazioni), test di deambulazione, osservazione delle differenze tra i due lati, presenza di zoppia, valutazione muscolare (tonicità, forza), postura.
- Imaging:
- Radiografie standard: fondamentale per visualizzare la riduzione dello spazio articolare, la sclerosi ossea (es. sclerosi sub-condrale o dei “tetti acetabolari”), la formazione di osteofiti, deformità ossee.
- TAC o risonanza magnetica: possono essere utili nei casi più complessi, per valutare le strutture molli, la cartilagine residua, deformità anatomiche, danni ossei non visibili con la semplice radiografia.
- Radiografie standard: fondamentale per visualizzare la riduzione dello spazio articolare, la sclerosi ossea (es. sclerosi sub-condrale o dei “tetti acetabolari”), la formazione di osteofiti, deformità ossee.
- Valutazione funzionale / scala di gravità: si può usare la classificazione secondo Kellgren-Lawrence, o altri sistemi che misurano il grado di artrosi alle radiografie; si valuta il dolore, l’impatto su vita quotidiana.
Terapie per la coxartrosi bilaterale: conservativa e chirurgica
La gestione della coxartrosi bilaterale richiede un approccio su misura, che tenga conto dello stadio della malattia, della gravità dei sintomi, delle condizioni generali del paziente, delle aspettative e degli eventuali rischi.
Terapia conservativa (non chirurgica)
Questa è la prima linea in molti casi, specie se la malattia è allo stadio iniziale o moderato, e il paziente ha una buona condizione generale.
Le strategie includono:
- Attività fisica e fisioterapia: mantenere o migliorare la mobilità, la forza muscolare (in particolare i muscoli che sostengono l’anca come glutei, ileopsoas, quadricipiti), la propriocezione. Un recente studio pilota ha mostrato che l’integrazione di esercizi basati su proprioceptive neuromuscular facilitation (PNF) ha ottenuto miglioramenti significativi in termini di funzione, dolore, range di movimento e forza rispetto alla fisioterapia convenzionale, e che questi risultati sono mantenuti nel tempo (almeno 3 mesi).
- Controllo del peso: ridurre il peso corporeo se in eccesso può alleviare significativamente il carico sulle anche, rallentando il danno.
- Modifiche dello stile di vita: usare scarpe adeguate, evitare attività ad alto impatto, modificare movimenti o posture che sovraccaricano l’articolazione, usare ausili (bastone, deambulatori) se necessario.
- Terapie farmacologiche: analgesici, anti-infiammatori non steroidei (FANS) per controllare il dolore e/o l’infiammazione; in alcuni casi, infiltrazioni locali (anche se meno provate nel caso dell’anca rispetto al ginocchio).
- Terapie fisiche complementari: come ultrasuoni, onde d’urto, termoterapia/froidoterapia, magnetoterapia, etc., per alleviare dolore e migliorare la circolazione locale.
Terapia chirurgica
Quando la malattia è avanzata, il dolore diventa invalidante, l’articolazione è molto danneggiata, la mobilità fortemente ridotta, allora si considera l’intervento chirurgico.
Le opzioni possibili:
- Protesi totale d’anca (Total Hip Arthroplasty, THA): sostituire l’articolazione con una protesi. Nel caso bilaterale, può essere eseguita in due tempi differenti (uno per anca) o, in pazienti selezionati e ben valutati, in tempi simultanei (ossia entrambe le anche nella stessa procedura).
- Interventi correttivi o preservativi: in casi di deformità anatomiche, anomalie congenite o secondarie (ad esempio in displasia, o in segni di impingement), si può intervenire chirurgicamente per correggere l’anatomia prima che il danno artrosico peggiori troppo.
- Scelta della via chirurgica, tipo di approccio, materiali della protesi: questi fattori influenzano il recupero, la durata, il rischio di complicazioni.
Evidenze recenti e linee guida
È utile guardare cosa dicono le linee guida aggiornate, e cosa suggeriscono studi recenti:
- L’American Academy of Orthopaedic Surgeons (AAOS) ha aggiornato nel 2024 le sue linee guida per la gestione dell’artrosi dell’anca, con raccomandazioni forti o moderate su trattamenti non chirurgici che migliorino la funzione, riducano il dolore, considerando il BMI, le comorbidità, e le opzioni terapeutiche più sicure.
- Uno studio pilota italiano ha validato l’efficacia della fisioterapia con PNF in pazienti con coxartrosi bilaterale (BMI < 30) migliorando punteggi clinici come l’Harris Hip Score, la forza, il ROM.
- Studi epidemiologici nazionali segnalano che il ricorso a protesi bilaterali simultanee è relativamente raro, ma presente. L’analisi degli SDO (schede di dimissione ospedaliera) mostra che dal 2001 al 2016 si sono eseguiti interventi di protesi d’anca bilaterale simultanea in numero non elevato, spesso a causa della severità bilaterale dell’artrosi.
Quando rivolgersi al chirurgo
È importante che il paziente monitori la sua condizione con un medico ortopedico, e consideri l’opzione chirurgica quando:
- il dolore non si controlla adeguatamente con terapie conservative, interferisce con il sonno o anche con attività minime quotidiane;
- la mobilità è talmente ridotta da compromettere l’autonomia (camminare, vestirsi, igiene personale, spostamenti);
- le immagini radiografiche mostrano danni articolari gravissimi o anatomia compromessa;
- la qualità di vita è molto peggiorata, con impatto psicologico o con rischio di decadimento fisico secondario (per esempio perdita di massa muscolare, rischio di cadute).
La valutazione chirurgica deve prendere in considerazione lo stato di salute generale del paziente, l’età, le comorbidità (cardiopolmonari, metaboliche, ecc.), la capacità di riabilitazione post-operatoria.
Cosa si può fare concretamente
Se tu o chiunque stia vivendo con coxartrosi bilaterale, ecco alcune azioni utili da considerare:
- Stile di vita sano: peso ideale, alimentazione antinfiammatoria, evitare azioni che sovraccaricano le anche, mantenere movimenti regolari e non forzati.
- Allenamento mirato: fisioterapia costante, esercizi per la stabilità del bacino e rafforzamento muscolare; scegliere un fisioterapista esperto.
- Gestione del dolore: uso prudente di farmaci, tecniche fisiche, terapie complementari, evitare automedicazione e rischi inutili.
- Controlli regolari: seguire l’evoluzione con il medico ortopedico, ripetere le radiografie o altri esami se necessario, evitare di attendere che il danno sia gravissimo per agire.
- Valutare opzioni chirurgiche se e quando necessario: informarsi su protesi, approcci, tempi di recupero; avere un buon programma riabilitativo post-operatorio.
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La coxartrosi bilaterale è una patologia impegnativa, ma non una sentenza di dolore permanente: con diagnosi tempestiva, approccio terapeutico combinato e una buona collaborazione paziente-medico, è spesso possibile migliorare molto la qualità della vita.
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